Recensione: Stazione Undici – Emily St. John Mandel

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Trama

Kirsten Raymonde non ha mai dimenticato la sera in cui Arthur Leander, famoso attore di Hollywood, ebbe un attacco di cuore sul palco durante una rappresentazione di Re Lear. Fu la sera in cui una devastante epidemia di influenza colpì la città, e nel giro di poche settimane la società, così com’era, non esisteva più. Vent’anni più tardi Kirsten si sposta tra gli accampamenti sparsi in questo nuovo mondo con un piccolo gruppo di attori e musicisti. Tra loro si chiamano Orchestra Sinfonica Itinerante e si dedicano a mantenere vivo ciò che resta dell’arte e dell’umanità. Ma quando arrivano a St. Deborah by the Water si trovano di fronte a un profeta violento che minaccia l’esistenza stessa di questo piccolo gruppo. E man mano che gli eventi precipitano, in un continuo viaggiare avanti e indietro nel tempo, mostrando com’era la vita e com’è dopo la grande epidemia, ecco che l’imprevedibile evento che unisce tutti i personaggi viene rivelato. Riuscirà a quel punto l’umanità a sconfiggere i suoi fantasmi e conquistare un nuovo futuro?

Recensione

Un libro che definirei strano, bizzarro… ma totalmente realistico.
“Stazione undici” parla di una civiltà sopravvissuta ad un’epidemia che ha ucciso milioni e milioni di persone, parla di gruppi di nomadi che si stabiliscono in aeroporti e negozi e che vivono senza tutte le comodità alle quali erano abituati. Non esiste più l’elettricità e tutti gli annessi e connessi, non esiste più nessuna autorità: ognuno si gestisce da sé.
Esistono, però, coloro che si ritengono i profeti della situazione, quelli che pensano che c’è un motivo se loro sono sopravvissuti ed altre persone no. E questi profeti sono i “nemici”, sono quelli che pensano di dover uccidere chi lo merita e di poter sposare delle bambine dodicenni invocando il nome di un’autorità maggiore ed onnipotente.
L’Orchestra Sinfonica è uno dei tanti gruppi di nomadi, lo conosciamo per delle bizzarre situazioni perché una di loro ha visto morire un attore in un teatro.
È questa la scena che innesca tutto.
Come può la morte di quell’uomo aver costruito un libro? Eppure lo fa attraverso mille collegamenti impossibili, tante storie che ci vengono presentate e situazioni.
La scrittrice è stata davvero sublime nel portare avanti la trama e alla fine ci accorgiamo che non stiamo tanto leggendo una storia di sopravvivenza ad un’epidemia, ma il racconto di una vita e di quelle che si sono intrecciate con la sua.

Voto: 8 e mezzo

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