Recensione: The Program – Suzanne Young

La serie distopica creata da Suzanne Young è una duologia composta da:

  1. (The program #0.5) The Remedy (inedito in Italia)
  2. (The program #0.6) The Epidemic (inedito in Italia)
  3. (The program #1) The Program
  4. (The program #2) The Treatment
  5. (The program #2.5) The Recovery (edito in Italia solo in ebook)

Oggi parliamo di The Program.

the program

Titolo: The Program (The Program #1)
Autrice: Suzanne Young
Casa Editrice: De Agostini
Prezzo di copertina: 14,90€
Pagine: 448
Trama:

Sloane sa perfettamente che nessuno deve vederla piangere. La minima debolezza, o il più piccolo scatto di nervi, potrebbero costarle la vita. In un attimo si ritroverebbe internata nel Programma, la cura ideata dal governo per prevenire l’epidemia di suicidi che sta dilagando fra gli adolescenti di tutto il mondo. E una volta dentro, Sloane dovrebbe dire addio ai propri ricordi… Perché è questo che fa il Programma: ti guarisce dalla depressione, resettandoti la memoria. Annullandoti. Così, Sloane ha imparato a seppellire dentro di sé tutte le emozioni. Non vuole farsi notare, non ora che suo fratello è morto e lei è considerata un soggetto a rischio. L’unica persona che la conosce davvero è James, il ragazzo che ama più di se stessa. È stato lui ad aiutarla nei momenti difficili, lui a farle credere che ci fosse ancora speranza. Ma, quando anche James si ammala, Sloane capisce di non poter più sfuggire al Programma. E si prepara a lottare. Per difendere i propri ricordi, a qualunque costo.


 

In “The Program” il suicidio è una malattia. Essa si diffonde soprattutto tra gli adolescenti, così qualcuno ha pensato bene di trovare la cura: cancellare la memoria dei “malati”, prima che possano uccidersi.
Cancellare i ricordi brutti per far tornare la felicità nei ragazzi potrebbe anche essere un’idea avuta con la migliore delle intenzioni, dagli ideatori del programma, ma non lo è quando anche un pianto nostalgico può farti segnalare ed internare.
A questi ragazzi non è concessa neanche la minima debolezza.
Questo, purtroppo, non è possibile: non si può cancellare la tristezza dalla nostra esistenza. Essa fa parte di tutti noi, perciò il programma, evidentemente, ha dei punti deboli.
Sloane, James, Miller, Lacey e Brady sono i ragazzi che conosciamo di più in questo libro.
Brady si suicida prima dell’inizio della storia, è il fratello di Sloane e migliore amico di James.
Lacey è stata internata ed è finalmente tornata, ma non si ricorda di nessuno di loro.
Miller era il fidanzato di Lacey e non sopporta di vederla mentre non si ricorda neanche chi è, non sopporta neanche l’idea di essere internato solo perché sente la mancanza di qualcuno.
Sloane e James si sono sempre fatti forza a vicenda ma, pian piano, cominciano a crollare anche loro, vedendo le persone che amano sparire dalle loro vite.

Arrivano a chiedersi se non sia proprio l’esistenza del programma a spingerli a suicidarsi, perché se quando sei triste vieni internato, e tutti i tuoi ricordi vengono cancellati, forse è meglio morire.

Ma James e Sloane non sono come gli altri, loro non vogliono essere cancellati. Quando vengono, inevitabilmente, internati combattono con tutte le loro forza per salvare anche solo un ricordo.
Contro il sistema e contro il mondo, perché la vera malattia, forse, non è tanto il suicidio quanto il programma stesso.

Un romanzo intenso, pieno di emozioni che ci fa capire quanto, a volte, la tristezza non sia tanto una debolezza quanto una forza. Sloane e James combatteranno per le cose che hanno ancora ed anche per quelle che non hanno più.

Non vedo l’ora di leggere il secondo volume della duologia.

Voto: 10

The Giver – Lois Lowry // Citazioni

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  • Jonas restò ad ascoltarli in silenzio, memore del divieto di parlare del proprio addestramento. Del resto gli sarebbe stato comunque impossibile farlo.
    Non c’era modo di spiegare agli amici quel che aveva sperimentato nella stanza dell’Annesso.
    Come si può parlare di una slitta senza descrivere una collina e la neve? E come si può descrivere collina e neve a chi non conosce l’altezza né il vento né una magia fatta di piume gelate?
    E quali parole, nonostante la precisione di linguaggio a lungo perfezionata, avrebbe potuto usare per spiegare i raggi di sole a chi non li conosceva?
  • <<Papà…Mamma…>> si azzardò a chiedere dopo il pasto serale <<vorrei domandarvi una cosa.>>
    <<Che cosa Jonas?>> chiese Papà.
    Jonas si costrinse a pronunciare le parole, pur sentendosi avvampare d’imbarazzo: le aveva provate e riprovate mentalmente tornando dall’Annesso.
    <<Voi mi amate?>>
    Seguì un momento di silenzio impacciato, poi a Papà sfuggì una risata. <<Jonas. Proprio tu! Precisione di linguaggio, per piacere!>>
    <<Che vuoi dire?>> chiese Jonas. Tutto si era aspettato, fuorché una reazione divertita.
    <<Papà vuol dire che hai usato un termine troppo generico, così primo di significato da essere caduto in disuso>> gli spiegò Mamma.
    Jonas li fissò allibito.
    Privo di significato?
    Non aveva mai provato qualcosa che avesse più significato di quella memoria.
    <<E naturalmente la nostra Comunità non può funzionare correttamente se non si usa un linguaggio preciso. Perciò puoi chiedere “provate piacere a stare con me?” e la risposta è sì>> proseguì sua Mamma.
    <<O>> suggerì Papà <<“siete fieri dei miei risultati?” e di nuovo la risposta è sì.>>
    <<Capisci perchè non è appropriato usare il termine “amore”?>> chiese Mamma.
    Jonas annuì. <<Sì, grazie, lo capisco>> rispose lentamente.
    Quella fu la prima volta che mentì ai genitori.
  • Le vere emozioni scavano in profondità e non c’è bisogno di parlarne. Si sentono e basta.